lunedì 12 ottobre 2009

Ho vinto il Nobel per la pace

di Massimo Mazzucco [www.luogocomune.net]

Ti svegli un mattino e scopri che ti hanno dato il Premio Nobel per la pace.

“A me? - ti domandi stupefatto – Ma cosa c'entro io?”

Cominci ad informarti in giro, e vieni a sapere che l'altro giorno, al bar, avevi fatto un bellissimo discorso sulla necessità di rappacificare palestinesi e israeliani, riportando così equilibrio in tutto il Medio Oriente. Qualcuno ti ha sentito, la cosa è arrivata fino in Svezia, e così ti hanno dato il Premio Nobel.

“Si va beh - dici tu - Avrò anche fatto un bel discorso, ma erano solo parole. Mica ho combinato niente di concreto”.

“Non importa - ti rispondono - E' chiaro che si tratta di un Nobel "di incoraggiamento".”

“Ma io non posso mica cambiare il mondo, solo perchè mi hanno dato il Nobel!” protesti tu, giustamente.

“No, tu non devi cambiare nulla - ti dicono - sarà il mondo a cambiare intorno a te.”

Ed infatti, ti accorgi con stupore che le cose intorno a te cominciano davvero a cambiare. Già sul tram, andando al lavoro, la gente ti addita incuriosita, e molti ti sorridono quando li guardi in faccia. In ufficio poi la cosa è stravolgente: mentre prima non ti cagava letteralmente nessuno, mentre raggiungevi trafelato la tua scrivania, oggi molti colleghi si alzano in piedi al tuo passagio, altri ti applaudono, ...


... altri ancora fanno una specie di inchino leggero, con la testa, ad indicare una forma di rispetto nei tuoi confronti. Per non parlare poi del tuo capo, che ti viene incontro e ti stringe calorosamente la mano davanti a tutti.

Sei talmente confuso che non capisci nemmeno quello che ti dice. Vedi solo la bocca che si muove, mentre si esibisce in una serie di sorrisi che non avevi mai visto in 20 anni di carriera.

Sei finalmente seduto alla tua scrivania, e ti prepari ad affrontare la normale giornata di lavoro, quando ti accorgi che tutte le cartacce che la ingombravano sono improvvisamente scomparse. C’è solo un laptop nuovo di pacca, un bloc notes intonso, un telefono, penne e matite con la punta fresca di giornata. Nient'altro.

Convinto di aver sbagliato ufficio fai per alzarti, quando vieni informato dalla tua nuova segretaria che i tuoi compiti "normali" sono stati passati ad altri colleghi. Tu ora sei impegnato in qualcosa di molto più importante, e l'azienda ha pensato bene di liberarti le mani dalle banali attività quotidiane. Non ti resta che dire a lei da dove vuoi iniziare.

"Iniziare a far cosa, esattamente?" chiedi sconcertato.

"A portare la pace nel mondo, no? - risponde lei serena - E' chiaro per tutti che il suo Nobel ha un valore di incoraggiamento, quindi…."

"Certo, certo…" rispondi tu, che ti colpo ti senti addosso una responsabilità immensa.

Ma ti senti anche una energia nuova, hai la sensazione di una possibilità unica al mondo, e in qualche modo senti che non vuoi lasciartela sfuggire.

“Benissimo – dici risoluto – allora direi prima di tutto di sentire Netaniahu, per capire quali sono davvero le sue intenzioni. E’ dalla situazione in Medio Oriente che dipendono gli equilibri nel resto del mondo.”

Non hai finito di parlare che la segretaria ha già composto un numero. Quando rispondono annuncia il tuo nome, e poi ti passa la cornetta:

"Il primo ministro è in linea".

Tu prendi la cornetta, incredulo, ma riconosci subito la voce suadente di Netanhiau, che ti dice:

“Buongiorno, è un vero onore poter parlare con lei.”

“Buongiorno a lei” rispondi tu, un pò imbarazzato.

“Mi permetta intanto di congratularmi con lei per il premio che ha appena ricevuto – continua Netaniahu - La scelta non poteva cadere su un nome migliore.”

“Beh, insomma... In effetti, la chiamavo proprio per quello”.

“Mi dica pure. Sono a sua completa disposizione.”

“Prima di tutto vorrei cercare di capire, così, direttamente dalla sua voce, cosa pensa dell’attuale situazione con i palestinesi...”

“Guardi, sarò franco con lei. Io sono il primo, in questo momento, a desiderare la pace con loro. Sono anni ormai che lo desidero.”

“Ma come, scusi? Se sono anni che la sento parlare di espandere le colonie, e di limitare le loro libertà…”

“Quelle sono cose che sono obbligato a dire, per motivi politici, ma sono il primo a non credere che gli arabi accetterebbero mai una situazione come quella che stiamo cercando di imporgli.”

“Ma allora, scusi, perchè insistete?”

“Perchè dobbiamo garantirci la nostra sicurezza fisica. E putroppo non vedo altre soluzioni per ottenerla. Tutto qui.”

“Lei mi sta dicendo che voi sareste soddisfatti di una soluzione a due stati, fianco a fianco, se solo fosse garantita la vostra sicurezza?”

“Certo, ma il problema è proprio quello. Gli abbiamo preso troppa terra, ormai, per poter vivere tranquilli accanto a loro. E’ chiaro che prima o poi si riorganizzerebbero, e cercherebbero di riprendersela.”

“Perchè ovviamente di ridargliela non se ne parla nemmeno, vero?”

“Ma come facciamo? Ormai è impossibile. Ha visto cosa è successo con i coloni, quando abbiamo provato a restituirgli venti chilometri quadrati di terra?”

“Certo che l’ho visto. Ma l’avete creata voi quella situazione. Nessuno vi obbligava a stabilire le colonie in primo luogo”.

“Ovvio. E’ stato un errore madornale. Ma ormai quello che è fatto è fatto, e indietro non si può tornare”.

“Capisco.”

“Calcoli inoltre che c’è il problema dei profughi – dice Netaniahu - Se tornano anche quelli noi ci ritroviamo a vivere accanto ad uno stato potenzialmente ostile, con una popolazione cinque volte la nostra.”

“Certo, certo.“

“Se fosse per noi, glielo garantisco, siamo dispostissimi a vivere accanto ai palestinesi: la gente qui da noi non ne può più. Ma dobbiamo avere le nostre garanzie di sicurezza”.

“Capisco. E comincio anche a capire perchè secondo voi non ci siano altre soluzioni. Senta, mi permetta di fare un paio di telefonate, poi casomai la richiamo.“

“A sua disposizione – risponde Netaniahu – Io non mi muovo di qui.”

Tu ti volti verso la segretaria, e le dici:

“Signorina, mi cerchi perfavore il presidente ...”

Ma lei ha già fatto il numero, e ti passa la cornetta:

“E’ in linea che attende.”

Tu prendi la cornetta, e senti la voce un pò roca di Mahmoud Abbas che ti dice:

“Mi permetta innanzitutto di complimentarmi con lei per il premio ricevuto. La scelta non poteva cadere su un nome migliore.”

La cosa comincia a farsi un pò noiosa.

“Sì, sì, grazie, molto gentile. Dunque, senta, per andare al sodo: mi potrebbe chiarire la vostra attuale posizione, rispetto ad una eventuale soluzione a due stati, contigui e indipendenti?”

“La nostra posizione rimane immutata – risponde Abbas - è la stessa degli ultimi vent’anni. Ci va benissimo, purchè si torni ai confini del ‘67.”

“Ma lei sa bene che questo è impossibile. Lo ha visto cosa è successo con i coloni, appena hanno cercato di restituirvi venti chilometri quadrati di terra?”

“Certo che l’ho visto, e capisco che per Israele non sia facile far marcia indietro, a questo punto. Mi permetta però una domanda: lei accetterebbe di veder vivere il suo popolo in condizioni di effettiva schiavitù, impossibilitati a muoversi da una parte all’altra del proprio paese senza dover attraversare continuamente posti di blocco, controlli e ispezioni di ogni tipo? A lei piacerebbe vivere in un paese dove le tocca presentare il passaporto ogni volta che va a trovare sua madre, che magari vive a dieci isolati da casa sua?”

“Certo che no.”

“Perchè è questa, la “soluzione a due stati” che ci offrono oggi. Se fosse per noi, siamo dispostissimi a riconoscere Israele e a vivergli accanto in santa pace, una volta per sempre. Ma ci mettano almeno nella condizione di vivere decentemente”.

“Capisco”.

Riappendi sconsolato. La segretaria ti interroga con gli occhi, ma tu le fai capire che per ora non ci sono altre telefonate da fare.

Lei esce silenziosa, e ti lascia solo con i tuoi pensieri, che ti assalgono furibondi: hai appena avuto il Nobel per la pace, e non riesci nemmeno a mettere d’accordo due popoli che sembrano, almeno all’apparenza, desiderosi di mettere fine una volta per tutte alle tragedie, ai massacri e alle carneficine reciproche.

Sei li che rimugini in silenzio, quando di colpo hai un flash, un’idea “impossibile” e grandiosa insieme, che ti sconvolge per la sua disarmante semplicità.

“Signorina! – chiami a voce alta. La segretaria rientra immediatamente nel tuo ufficio.

“Mi chiami perfavore Netaniahu e Abbas”.

“Chi per primo?”

“Tutti e due insieme.”

“Come insieme?”

“Non mi dirà che non è possibile chiamarli in conference....”

“Sì no, certo”.

Veloce, la segretaria compone i numeri e ti passa la cornetta.

“Sig. Netaniahu? Sig. Abbas?

“Si?” rispondono quelli contemporaneamente.

“Siete al telefono insieme”.

“Ah!”, fanno i due un pò stupiti.

“Beh, buongiorno signor Abbas” dice Nataniahu.

“Buongiorno a lei”, risponde Abbas.

“Dunque sentite – dici tu – Ci ho pensato un pò su, e mi sono convinto che la soluzione dei due stati sia semplicemente improponibile. Non funzionerebbe, per i motivi che ciascuno di voi mi ha descritto prima”.

“Certo” .

“Infatti”.

“Ora, voi mi confermate che avete intenzione di vivere in santa pace, accettando gli altri e riconoscendo il loro diritto ad esistere?”

“Da parte mia certamente – dice Netaniahu - Purchè la nostra sicurezza sia reale e garantita”.

“Anch’io glielo confermo – aggiunge Abbas - Purchè si tratti di vita vera e non di schiavitù.”

“Benissimo. Che ne dite allora di abbattere tutti i muri e tutte le separazioni interne, e di fondare uno stato unico che comprenda tutti i territori finora disputati?”

“In che senso “tutti i territori”? – chiede preoccupato Netaniahu.

“Tutti i territori – spieghi tu - Gaza, Cisgiordania, Israele, Gerusalemme, Golan. Tutto. Ogni metro quadrato abitato oggi da un palestinese o da un israeliano viene a far parte di uno stato unico, che potrete chiamare, ad esempio, Israstina, o qualcosa del genere”.

“Ma chi comanda, scusi?” chiede preoccupato Abbas.

“Nessuno, comanda. Nessuno, e tutti. Fate le elezioni, le fate seriamente, e vivete in una vera democrazia, dove tutti rispettano le leggi comuni, e ciascuno è libero di andare dove vuole, in tutto il paese.”

Netaniahu e Abbas sono chiaramente spiazzati. Nessuno dei due prende la parola, e tu ne approfitti per affondare il colpo:

“Se è vero, come avete detto, che ciascuno è disposto ad accettare gli altri su quella che ritiene la propria terra, questo è il modo migliore per dimostrarlo.”

“Certo, volendo non sarebbe una brutta idea....” dice timido Abbas.

“Sì ma scusi – chiede Netaniahu - come facciamo noi ad avere la garanzia che loro poi non si organizzino, e ci saltino comunque addosso?”

“Per prendervi che cosa? Se hanno già tutto il paese, cos’altro possono volere da voi?”

“Anche questo è vero” dice Netaniahu.

“Noi invece - chiede Abbas - come facciamo ad avere la garanzia di non essere trattati da cittadini di serie B?”

“Perchè dovrebbero volervi trattare in quel modo? Finchè vi volevano scacciare, la cosa era comprensibile. Ma se lavorate insieme, producete insieme, e vivete davvero in una nazione unica, è nel loro stesso interesse che vi troviate bene, e non abbiate motivo di protestare, no?”

“Beh certo – dice Netaniahu – se la cosa viene fatta con le sue garanzie, il discorso diventa anche possibile.”

“Stavo per dire la stessa cosa – aggiunge Abbas – Con le garanzie di un Premio Nobel, sono certo che la gente prenderebbe seriamente questa proposta”.

Ambedue i leader chiedono tempo, per parlarne ai loro colleghi. Restate d’accordo di risentirvi nel pomeriggio, per affrontare gli aspetti tecnici più complicati da risolvere: tipo di governo, nome del paese, suddivisione regionale, esercito, rispetto delle religioni, eccetera eccetera. Non sarà facile, ovviamente, ma ormai il concetto di fondo è passato, e con la buona volontà si riesce veramente a fare di tutto.

Verso mezzanote ti presenti in televisione, e annunci che la pace fra Israele e Palestina è solo questione di tempo, e che quindi il tuo Nobel è ampiamente meritato.

Poi purtroppo suona la sveglia, e ti rendi conto che stavi solo sognando.

Amareggiato e confuso, ti vesti e ti prepari per andare al lavoro, come tutti gli altri giorni.

Poco dopo ti ritrovi in tram, pigiato fra la folla - che ovviamente non ti degna di uno sguardo - a pensare che Obama, volendo, potrebbe fare davvero un buon uso di un Nobel piovutogli dal nulla, invece di unirsi al coro di quelli che chiedono la soluzione a due stati, sapendo benissimo che non potrà mai funzionare.

Massimo Mazzucco

1 commento:

  1. "Perchè dovrebbero volervi trattare in quel modo? Finchè vi volevano scacciare, la cosa era comprensibile. Ma se lavorate insieme, producete insieme, e vivete davvero in una nazione unica, è nel loro stesso interesse che vi troviate bene, e non abbiate motivo di protestare, no"

    AAHAHAHAH AHAHAHHA AHAHAHAHAH

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